sabato 16 agosto 2008
Una tipica domenica giapponese
mercoledì 13 agosto 2008
L'arrivo in casa Matsumoto
Non avevo dormito neanche un’ora in quell’albergo, se così lo vogliamo chiamare, e comunque io, che speravo arrivasse subito il giorno, sono stata accontentata in quattro e quattr’otto, perché in Giappone alle 5 di mattina il sole è già alto, infatti loro non hanno il sistema dell’ora legale come noi. Mi vesto e sono giù per prendere la prima navetta verso l’aeroporto mentre il Giappone si sta svegliando. Prima di entrare nel complesso di edifici, c’è l’ennesimo controllo, un poliziotto sale sull’autobus per controllare che non ci sia nessuno che entri di nascosto, ma anche per dare un’occhiata ai passaporti dei passeggeri. In Giappone sono molto rigidi riguardo le misure antiterroristiche, infatti insieme a tutte le misure di sicurezza hanno pensato anche di schermare le pareti degli edifici dell’aeroporto, per cui non si riesce a telefonare ed è raro riuscire a mandare sms.
Per non parlare del fatto che se la polizia ti ferma per strada e non hai il passaporto, loro hanno il diritto di arrestarti, ecco perché controllavo sempre la borsa prima di uscire.
Arrivo al luogo in cui dovevo incontrarmi con quelli della scuola e mentre aspetto qualcosa colpisce subito la mia attenzione, i distributori automatici. In Giappone sono dappertutto e vendono qualsiasi cosa, ogni tipo di bibita, sigarette, snack, i noodle istantanei e nei bagni delle donne ci sono anche i distributori di collant! I distributori sono la cosa che mi manca di più perché, siccome per strada ce n’era uno ogni 50 m non rischiavi mai di avere sete e poi era così economico, le bibite costavano massimo 160 yen (circa 90 cent.) .
Intanto conosco alcuni ragazzi della mia scuola, alcuni che poi non ho più visto, poi dopo 2 ore arriva il momento di essere accompagnati dalle famiglie, così con 2 russi vengo messa su un taxi. Mi avvio verso un viaggio di 3 ore e mezza in silenzio, perché quei cafoni dei russi parlavano tra di loro e non gliene fregava niente che ci fossi anche io, intanto il tassista vecchio e rincoglionito si sarà perso minimo 10 volte nella periferia dove strade e case sono tutte uguali.
Finalmente arrivo alla mia casa giapponese e prima sorpresa scopro di essere in una famiglia mista, lui è dello Sri Lanka e lei è autoctona (come parlo bene, che vocaboli..), però il cognome della famiglia è quello della moglie, quindi i figli prendono il cognome dalla mamma. Questa è un usanza che veniva praticata nelle famiglie dei poeti o dei pittori famosi, quando la figlia femmina sposava un uomo esterno alla famiglia, questo veniva “adottato” dalla famiglia di lei, prendeva il suo cognome così come i loro figli. In questo caso però penso che la famiglia abbia preso il nome della moglie per problemi razziali: in Giappone la gente è molto tradizionalista, non vogliono gaijin (stanieri) e se ci sono in contatto li trattano con freddezza, anche io l’ho sperimentato ma ne parlerò più dettagliatamente in seguito, in un altro “capitolo”. Per cui penso che i miei “host-parents” abbiano fatto tutto questo per proteggere, almeno in parte, i loro figli dall’essere additati come dei “mezzo-sangue” che come parola è orribile ma purtroppo è così.
Comunque entro in casa, tolgo le scarpe, e vedo qualcosa di familiare, miki, il loro cavalier king charles spaniel, che almeno è un “parente canino” di Camomilla. La casa è in stile moderno e il mio host father, Suharnan-san si è occupato di pitturare i muri e fabbricare i ripiani dei mobili per i libri. Questo non è il suo mestiere, e si vede pure! Lui fa il manager di un’azienda di pubblicità mentre lei, Kaoru-san fa la casalinga. Hanno un bambino di un anno, Souma, e un altro in arrivo.
Pranziamo insieme e cominciano le prime domande di rito con il solito “Ah Italia, pizza, spaghetti, mafia”e io che penso “ecco, ci risiamo, strano che non abbiano trovato anche lo spazio per infilarci anche il mandolino, avrebbe formato il quartetto perfetto. C’è qualcos’altro di strano nei loro discorsi, infatti, sebbene all’inizio non capissi quasi nulla di quello che mi dicevano, capivo perfettamente quando lei parlava di me a suo marito dicendo che tanto non avrei capito, però durante tutto il mese ho capito tutte le sue frecciatine e ho fatto finta di niente. E poi capivo sempre di più le sfumature delle sue parole, chi lo sa, magari in quei momenti c’era una particolare energia nell’aria che mi permetteva di captare ogni singola parola. Certe volte i suoi commenti raggiungevano i livelli di offese ma purtroppo non potevo dire nulla perché lei avrebbe potuto sempre giocarsi la carta del malinteso perché non so bene la loro lingua.