A Campobasso, tutti aspettano la festa di Corpus Domini, e non è certo per fervore religioso. In questi tre giorni, la tranquilla cittadina di 60.000 abitanti diventa una caotica e multi-etnica città. Persone provenienti dall’Africa, dalla Cina, e dall’India, ma anche da varie parti d’Italia, sistemano le loro bancarelle per le strade del centro, che, per l’occasione, è chiuso al traffico. Tutto questo, però, è il “contorno” dell’evento principale, che è la processione dei “Misteri”. Questa tradizione molisana, oltre ad essere stata molto apprezzata dal papa Giovanni Paolo II, è un vero e proprio fenomeno socio-antropologico che ha attirato studiosi italiani e stranieri. I Misteri, realizzati nel 1748 da un famoso artigiano molisano, sono degli altari che rappresentano 13 santi, impersonati nella maggior parte dei casi da ragazzini sospesi in aria con un sistema di fili di ferro ed imbottiture. Questi altari sono portati in spalla secondo un sistema preciso ed ordinato. Per ogni altare c’è una piccola squadra che coordina la processione e le soste, durante le quali questi pesantissimi altari vengono appoggiati su delle strutture in legno in modo da consentire qualche minuto di riposo a coloro che le sostengono.
L’altare che piace di più ai campobassani, ma un po’ meno ai bambini, è quello di San Michele, in cui il santo, combatte con i diavoli, persone scelte appositamente, truccate e vestite di nero, che si divertono ad intimorire le persone che guardano la processione, con brutte facce e blandi insulti. Non c’è bambino campobassano che non si sia mai spaventato al passaggio dei diavoli. Questo è senz’altro uno degli aspetti folkloristici che hanno contribuito a far conoscere questa festa nell’ambito delle discipline antropologiche.
Come ho detto prima non si può evitare l’aspetto puramente materiale della festa, e cioè il classico giro tra le bancarelle dove immancabilmente si finisce per comprare qualcosa. Gli oggetti sono per la maggior parte gioielli di bigiotteria, borse, giocattoli ma anche articoli etnici ed utensili per la casa. Spesso ogni anno c’è un oggetto che tutti comprano e che è decretato la “novità di corpus domini”, spesso è un utensile per la casa che si rivela praticamente inutile una volta che si è acquistato. Quest’anno si trattava di un arnese per sigillare le buste di plastica di generi alimentari come pacchi di pasta o di biscotti. Ma l’oggetto cult che non manca mai è la cosiddetta “pezza che non s’appiccia”, un panno, che secondo il venditore elimina qualsiasi macchia ed è indistruttibile, perciò, per provarlo bagna il panno di alcool e gli dà fuoco…magia magia il panno non brucia!!! Chi lo sa, magari è fatto da fibre di tossico amianto ma sta di fatto che un anno anche mia madre ci è cascata e li ha portati a casa. Tempo una settimana e si erano consumati e sfilacciati, ma ovviamente non perché a casa mia si lavasse 24 ore su 24! Stessa cosa con un beccuccio super miracoloso per spremere il limone: il venditore tagliava il limone ad un’estremità, infilava l’oggetto, stringeva il frutto con la mano e nel beccuccio si materializzava tantissimo succo, cosa che non succedeva quando andavi a casa! Tutto questo per il semplice motivo che i venditori si aiutavano con limoni molto molli, il che faceva avvenire la magia. Certo, non fa piacere farsi fare una sola (come si dice a Roma) però si perde solo qualche euro e poi, poco male, fa parte della festa.
Arriviamo così all’ambito culinario. C’è chi vende la scapece, cioè vari tipi di pesce cotti e molto marinati in una mistura di aceto e zafferano, non è bella da vedere e l’odore è davvero pungente ma si vende e pure molto. Il vero protagonista della festa è il cosiddetto “panino zozzo”, cioè il panino con la porchetta, o con salsiccia, wurstel e cose varie che si prende dal paninaro ambulante. Ma perché zozzo? Perchè il ripieno viene cotto su griglie mai lavate, perché il caldo fa cadere le goccioline di sudore al paninaro, oppure perché ho visto uno di questi tizi sistemarsi prima le mutande e dopo prenderti il panino. Giuro. Sarà questa la ragione per cui non l’ho mai mangiato? Credo di si.
L’ultima cartuccia sparata dal comune e dall’assessorato alla cultura è il concerto della domenica, per chiudere in bellezza. Se qualche anno fa i soldi scarseggiavano e venivano solo i cantanti idoli dei miei nonni, devo ammettere che da qualche tempo hanno trovato i fondi per chiamare gente un po’ più giovane e che coinvolgesse più persone. Ieri sera in piazza c’era Francesco Renga, un grandissimo successo, perché il genere di musica ha messo insieme ragazzi, genitori e nonni. Lui è bravissimo, ha una voce che oserei definire perfetta perché cantava le canzoni come si sentono in radio, con gli stessi picchi di intensità, senza la voce tremante e altalenante tipica di un live. Mi sono meravigliata. E anche quest'anno abbiamo fatto festa.